BOCCONI AMARI

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Raccontando di “endurate vissute”, mi chiedono quali accaduti restino memorabili nel corso di un’intera carriera. Personalmente negli anni ho avuto svariati episodi felici (ovviamente tutte le vittorie) ma anche memorabili ricordi di alcune prestazioni anche se non vincenti ed altrettanti riconoscimenti, come quelli degli sviluppi delle moto che poi sono risultate vincenti.

Insomma, ho bellissimi ricordi sotto diversi profili e alcuni spiacevoli, di quelli che restano indelebili nella memoria. In questo post vi racconterò dei “bocconi amari”. Ovviamente le cadute occupano una “gran bella fetta”, tanto che potrei riempire il giornale di aneddoti.

Gli incidenti rodono particolarmente perché derivano da sottovalutazioni ed ingiustificabili errori di guida. Sorrido quando nei racconti qualcuno sottolinea di aver fatto “una stupida caduta…” sinceramente, non conosco alcuna “caduta intelligente”. Secondo il mio parere ci sono invece cadute “provvidenziali” capaci di evitare conseguenze peggiori.

Ad esempio, in una delle mie prime uscite da quattordicenne, dopo la manutenzione al mio cinquantino partii senza chiudere il galletto del freno posteriore. Alla prima frenata, a ridosso del ponte di Gorle che è molto alto, mi salvai con una “provvidenziale” inchiodata con il freno anteriore.

Così, scivolando a terra, mi fermai contro il parapetto con la fortuna di non cadere nel vuoto.
Le cadute che più mi hanno “fatto male” (in tutti i sensi della parola) sono state quelle avvenute alla Parigi-Dakar.
In dieci partecipazioni, per tre volte mi è toccato rientrare “in barella” azionando la Balise per far intervenire l’elicottero.

 

 

 

Cadute che mi costrinsero al ritiro, ma il dolore più profondo non fu quello fisico (non che mancasse) ma il fatto di lasciare la carovana e tornarsene a casa.
Le dinamiche delle cadute alla Dakar hanno quasi sempre complice la polvere e l’impazienza di sorpassare l’avversario che ci precede. Il mio primo ritiro fu proprio per questo motivo.
Nella polvere non vidi una profonda buca che mi proiettò verso il cielo. Poi atterrando e rotolando mi procurai ferite, ematomi ed abrasioni varie. Ciao Dakar!
Un’altra volta, nuovamente nella polvere, intravidi all’ultimo momento un sasso grosso come un pallone nel bel mezzo della pista.

Riuscii ad evitarlo con la ruota anteriore ma lo colpii con quella posteriore e si innescò un “testacoda aereo” che terminò con cinque costole fratturate.
Il terzo ritiro fu durante la mia ultima partecipazione.
Quella volta non fu a causa della polvere ma della forte velocità con cui entrai dentro un Oued in semicurva.

Persi il controllo della moto che mi disarcionò lanciandomi lateralmente e cadendo mi lussai una spalla. Le cadute nei rally con la moto pesante hanno una determinata particolarità, quella di essere “interminabili” in termini.

Infatti se una caduta nell’enduro (considerando le medio/basse velocità della disciplina) dal momento che perdi il controllo a quando ti ritrovi fermo per terra dura un lasso di tempo piuttosto breve, nei rally mentre stai volando in aria hai il tempo materiale di chiederti cosa succederà quando toccherai terra.

Poi ci sono le cadute “morti canti”, ovvero quelle che fai per fare il ganzo. Una di questa fu ad una Sei Giorni dove c’erano diversi fotografi appostati vicino ad un tratto fangoso apparentemente facile. Affrontai il tratto in posa “stilosa” ma nascosto nella melma c’era un tronco.

Appena lo toccai con l’anteriore mi fece fare un “carpiato”. Quando mi rialzai ero ricoperto di fango e si poteva vedere solo il mio volto rosso come il casco per l’ignobile figura fatta. Dario Agrati tutt’ora conserva gelosamente quello scatto per schernirmi.
Le cadute più odiose invece sono quelle quando ti fai male, ma non abbastanza da ritirarti dalla gara.

Se poi, una di queste cadute ti capita nei primi giorni di una 6 Days, allora è terribile.
In Francia, nel secondo giorno di gara su una lunga curva in un pratone affioravano due sassi dal terreno, così pericolosi che furono verniciati di rosso per essere resi più visibili.

Con il passaggio dei piloti però la polvere li ricoprì.
Al secondo passaggio, ricordavo chiaramente che i massi si trovavano in quella curva, ma non vedendoli pensai fossero qualche metro più avanti e per non perdere nemmeno un centesimo, tenni aperto la manetta con dando di scartarli appena individuati.

Purtroppo li vidi troppo tardi, quando oramai gli ero sopra e volai alto nel cielo con un bell’atterraggio tra testa e spalla.
Una legnata di prima categoria. Una volta rialzato, dolorante e confuso, ripresi la gara.
Nel trasferimento mi resi conto che la spalla mi doleva moltissimo e avevo forti vuoti di memoria.

Per il dolore mi fu di grande aiuto Lorena, (Dott.sa Sangiorgi), che con regolari in ltrazioni nel corso della gara e nelle giornate a seguire, mi permise di terminare i quattro giorni restanti. Per i vuoti di memoria invece ci pensò Mario Rinaldi, che al C.O. informandolo della mia situazione, mi chiese se ricordassi come fossero fatte le donne.

Sbigottito risposi di sì, così mi confortò dicendomi di proseguire che non era niente di preoccupante.
Ho anche episodi che bruciano senza cadere. Sicuramente il più pesante fu un cambio di traiettoria in Finlandia al mondiale.
Ero abbondantemente in testa al campionato del mondo e comandavo la gara con diversi secondi di vantaggio.

Vai a sapere cosa mi sia passato per la testa, in una frazione di secondo decisi di prendere la traiettoria più corta ma più difficile in una pietraia. Proprio per i sassi più accentuati ne urtai uno con la cruna che si piegò e mi fece uscire la catena.

Essendosi piegato il supporto, dovetti intervenire con gli attrezzi perdendo tempo, la gara e purtroppo anche il mondiale! Un’altra grande “cagata” la feci nel corso del Campionato Italiano a Rovetta, quando appunto per un urgente “bisogno fisiologico” nel corso del terzo giro mi fermai nel bosco per risolvere il fastidio.

Me la presi un po’ troppo comoda ed una volta ripresa la marcia, mi resi conto in prossimità del C.O. di essere in ritardo. Purtroppo per pochi secondi mi affibbiarono il minuto di penalità! Può capitare direte voi, ma purtroppo con la penalità presa non ebbi il piacere di vincere l’Assoluta della gara di casa.

Fortunatamente il vantaggio sul secondo di Classe era oltre il minuto e quindi la categoria me la aggiudicai, ma vincere l’Assoluta a Bergamo, davanti al pubblico di casa avrebbe avuto un sapore particolare. Fu imbarazzante spiegare il motivo del ritardo e della penalità ai microfoni della stampa, al team e persino ai tifosi.

Tratto da Endurista Magazine 71

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